lunedì 21 luglio 2014

L'OMICIDIO DI ENRICO DI MONACO E QUELLO DI MILENA SUTTER : DUE CASI GIUDIZIARI A CONFRONTO.

L’omicidio di Milena Sutter e quello di Enrico di Monaco sono due processi che si assomigliano:  due classici processi indiziari con delle caratteristiche simili strabilianti,come ha evidenziato, durante la sua requisitoria, il Procuratore Generale di Napoli, dott. Francesco Iacone, nel processo contro Salvatore Busico, accusato dell’omicidio di Enrico di Monaco. Per la cronaca è stato proprio il dott. Iacone il Procuratore Generale che, nel 1975, sostenne l’accusa pubblica dinanzi alla Corte di Assise di Appello di Genova contro Lorenzo Bozano, il biondino dalla spider rossa, anche lui, come Salvatore Busico, assolto in primo grado, nel 1973 e condannato all’ergastolo in secondo grado, nel 1975. 
Ma vediamo il perché le due vicende si rassomigliano e soprattutto il perché sono due processi indiziari classici. 
Enrico di Monaco, un ragazzo di appena diciassette anni, di Santa Maria Capua Vetere, scompare nella notte tra il 24 ed il 25 aprile 2005. L’indomani la mamma ne denunzia la scomparsa. Partono le indagini, disturbate da tentativi di depistaggi e, alla fine,  la storia ha un triste epilogo: Enrico viene ritrovato cadavere, con il volto trasfigurato, in stato di decomposizione, dopo ventitré giorni dalla scomparsa, il 18 maggio 2005,  in una masseria abbandonata di campagna, la masseria  Marzella, in Santa Maria La Fossa. Viene identificato per mezzo di un mazzo di chiavi che aveva con sé e che aprono casa sua. Ad avvertire la polizia del ritrovamento del corpo è un  agricoltore che riferisce di aver intravisto in quella casa  il corpo del ragazzo, con le gambe dritte in avanti, che  indossava un jeans e delle scarpe bicolore. 
Intanto gli inquirenti si concentrano su Salvatore Busico, un contadino quarantenne del luogo,  che, a quanto riferisce un teste oculare, aveva incontrato, dopo la mezzanotte, la vittima che era salito sulla sua auto, un’Alfa 33 e poi era scomparso. 
Ma vediamo perché questo omicidio ricorda quello di Milena Sutter. 
Milena Sutter, una ragazza di appena tredici anni, di Genova, scompare il 6 maggio 1971 verso le 17.30 circa, all’uscita della Scuola Svizzera genovese. Il suo corpo venne ritrovato, due settimane dopo, in mare, precisamente il 20 maggio 1971 con addosso sei piombi da un chilo l'uno parte di una tuta da sub.
Appena visto il cadavere, due pescatori chiamarono i vigili del fuoco che recuperarono la salma. Il volto era irriconoscibile ed il corpo scarnifìcato. Milena indossava  la camicetta a fiori, il maglione giallo e la blusa blu che aveva il giorno della scomparsa. Il corpo venne riconosciuto grazie a una medaglietta con inciso il suo nome (regalatale dalla madre alcuni anni prima) e grazie a  un braccialetto che portava ad un polso. La sera stessa, un venticinquenne del posto, Lorenzo Bozano, venne arrestato,  ritenuto il maggiore indiziato.
Secondo i medici legali che esaminarono il corpo, la ragazzina venne uccisa il giorno stesso della scomparsa, all'incirca tra le 18.00 e le 18.30. Il giorno successivo, alle 10.45 del mattino, la famiglia Sutter ricevette una chiamata anonima con una richiesta di un riscatto. Un chiaro tentativo di depistaggio. Poi più nulla,  fino al ritrovamento del cadavere.
Intanto gli inquirenti si concentrarono su Lorenzo Bozano, un venticinquenne genovese che venne arrestato il 20 maggio 1971. Egli aveva l'hobby di girare con la sua spider rossa ed aveva la  passione per le immersioni subacquee. Appena fermato, non riuscì a fornire un alibi che lo copriva  dalle 16.15 alle 19.45 e dopo le 22.00 del 6 maggio.
Alcune persone, sentite come testi, dichiararono di aver visto un "biondino" sostare nella zona in cui si trovava villa Sutter, seduto su una spider rossa ammaccata; altri testi, inoltre, dissero di aver visto la sua spider nei pressi della Scuola Svizzera, nei mesi precedenti all'omicidio. Una trentina di studenti riconobbero Bozano. Inoltre, altri testimoni riferirono che, nei giorni precedenti,  Bozano accennava all'idea di compiere un sequestro, ma egli affermò sempre che stava parlando del rapimento  Gadolla, avvenuto per mano di un gruppo terroristico dell’epoca.
Tantissimi indizi contro Lorenzo Bozano e tantissimi indizi contro Salvatore Busico.
Bozano era un sub con la passione per il mare e attorno al corpo di Milena, quando il mare lo restituì alla terra, venne ritrovata una cintura da sub. Busico, dal canto suo, era un agricoltore ed anche un cacciatore ed Enrico venne ucciso con un fucile da caccia: due colpi sparati a ripetizione, in una masseria di campagna, buia ed abbandonata, in una zona dove Busico, come dimostrano delle intercettazioni in atti, voleva prendere in fitto un terreno, in epoca antecedente l’omicidio di Enrico. 
Milena Sutter, al pari di Enrico di Monaco, secondo i medici legali, venne uccisa poco dopo la sua scomparsa, circa un’ora dopo : centrale, in ambedue i casi, il cibo ritrovato nello stomaco delle due vittime; secondo i medici legali è quello che avevano mangiato poco prima di essere stati uccisi.
E non solo ! Testi oculari avevano visto Bozano aggirarsi, con la sua spider rossa, intorno alla Scuola Svizzera, pochi giorni prima dell’omicidio di Milena; allo stesso modo testi oculari avevano visto Busico incontrarsi e frequentarsi con Enrico di Monaco. Sia Bozano che Busico hanno negato queste importanti circostanze di fatto ! 
Due alibi falliti, rispettivamente quello di Bozano e quello di Busico, per gli incolmabili vuoti presenti nel loro narrato.
In ambedue i casi la presenza di un movente : per Bozano la sua ossessione per Milena Sutter e per Busico la sua rabbia covata, poi esplosa, contro Enrico di Monaco che lo ricattava per l’incendio di un auto eseguito su sua commissione in cambio di denaro, come avevano riferito dei testi oculari che avevano visto  Busico dare del denaro ad Enrico e raccogliere le confidenze del giovane.
Ambedue gli imputati hanno clamorosamente mentito durante il loro interrogatorio: Bozano negò di conoscere la Scuola Svizzera dove Milena studiava e, dal canto suo, Busico negò di frequentare Enrico perché si dedicava a cose illecite. E, poi, il colpo di scena : durante l’interrogatorio,  Bozano inavvertitamente tirò fuori dalla tasca una scatola di fiammiferi con scritto il numero di telefono della Scuola Svizzera. Allo stesso modo Busico è stato smentito da testi oculari che hanno riferito particolari inquietanti sulla sua frequentazione con Enrico di Monaco.
E vi è di più ! Milena Sutter, quando venne ritrovato il suo corpo senza vita, indossava gli stessi abiti che aveva al momento della scomparsa; così anche Enrico di Monaco, all’atto del ritrovamento del suo corpo, indossava, guardate caso, gli stessi abiti di quella notte,  quando salì sull’auto di Busico,  dopo che si era cambiato di vestiti ed aveva indossato abiti di poco valore, perché, verosimilmente, sapeva di andare in quella masseria di campagna che conosceva sia Busico che lui e dove, verosimilmente, era già andato in precedenza forse non solo con Busico, ma anche con gli operai albanesi di costui.
Ma a carico di Busico  vi è anche un’intercettazione ambientale emersa, in modo chiaro, da una nuova perizia disposta dalla Corte di Assise di Appello  contenente due frasi emblematiche : “ Dovevo sparare io là …Ta ta ta ta… Oh! Mi stai uccidendo … “.
Questi, fra i tantissimi, elementi in comune intercorrenti tra i due omicidi e che sono stati trattati dallo stesso Procuratore Generale, il dott. Francesco Iacone, a distanza di cinquantanni l’uno dall’altro e che, in quello a carico di Busico, io ho avuto l’onere di affiancare, quale difensore della parte civile.   

                                                                                                       avv. Raffaele Gaetano Crisileo, penalista  

domenica 20 aprile 2014

" SULLA SCENA DEL DELITTO ", TRA LE PAGINE DEL LIBRO DELL 'AVV, CRISILEO

Sulla Scena del Delitto tra le pagine di Crisileo
Recensione, tratta da “Il Mattino”, del 20.04.2014 a firma di Elio Zanni 
“Signor Presidente, Signori della Corte di Appello, chiediamo la conferma della sentenza di primo grado che ha saputo cogliere nel segno la verità processuale e la storica, e perciò chiediamo il rigetto dei motivi dell’appello proposti dalla difesa dell’imputato”. Dai delitti Sellitto e Marino, passando per i casi Di Monaco e Tedesco: è una vera e propria selezione di momenti di tribunale, di fatti di cronaca nera evoluti in tenzoni giudiziarie “Sulla scena del delitto”: l’ultimo libro di Raffaele Gaetano Crisileo, criminologo, avvocato penalista del Foro di Santa Maria Capua Vetere. Una selezione d’interventi, anzi di arringhe, come egli stesso ama definire quei momenti salienti a cui conduce la “ missione forense”. Meno di 200 pagine da leggere tutte d’un fiato, gustata la prefazione di Paolo Brosio che svela anzitempo l’istinto etico che l’autore possiede e propone, in ogni arringa, mettendo in luce i retroscena degli efferati delitti consumati in certi ambienti ovattati di periferia, che spesso soffocano l’uomo e alimentano la bestia.  Crisileo invita a spogliarsi dei panni del buon borghese e guardare i fatti ed i loro protagonisti con pietas umana, Cosa che ogni legale può fare solo a valle di un certosino lavoro dei profili criminali. Lavoro che dovrà distendere con buona comunicativa su un tappeto di verità processuale”.  Elio Zanni

                                                                        Riproduzione Riservata



martedì 15 aprile 2014

IL NUOVO DISEGNO DI LEGGE SULLA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE.

Il Senato, nei giorni scorsi, ha dato il via libera al provvedimento di riforma della custodia cautelare. Per diventare legge dello Stato, il testo, ora, dovrà tornare alla Camera.
Le novità riguardano i termini di custodia cautelare e le modalità per l’adozione del provvedimento cautelare che verrà applicato solo in caso di concreto e attuale pericolo di reiterazione, inquinamento delle prove o di pericolo di fuga.
Dunque si ricorrerà alla custodia cautelare, in via del tutto eccezionale, tranne nei casi di reati di particolare allarme sociale, come terrorismo e mafia.
Il nuovo istituto della custodia cautelare in carcere verrà così riformulato: “Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 270, 270-bis e 416-bis del codice penale è applicata la custodia cautelare in carcere … Nel disporre la custodia cautelare in carcere il giudice deve indicare le specifiche ragioni per cui ritiene inidonea, nel caso concreto, la misura degli arresti domiciliari”.
In buona sostanza, la custodia cautelare in carcere diventerà misura  residuale, al fine di ridurre la pericolosità dell’indagato, in relazione alla sua eventuale fuga o intralcio al corso della giustizia.
Il testo, almeno nella sua ratio, è finalizzato a ridurre l'ambito di applicazione della custodia cautelare in carcere ed a ridurre il sovraffollamento della popolazione carceraria, attraverso una serie di modifiche al codice di procedura penale che interessano principalmente la valutazione e la motivazione del giudice e l’idoneità della custodia in carcere.
Ma solo nel tempo, quando la nuova norma verrà applicata, si vedrà se la finalità del legislatore sarà stata  raggiunta.
Ritornando all’analisi del provvedimento, salta subito agli occhi che esso  limita la discrezionalità del giudice nella valutazione dei presupposti per l’applicazione delle esigenze cautelari.
Innanzitutto è stato introdotto il criterio dell'attualità del pericolo di fuga o di reiterazione del reato che non può più essere desunto dalla sola gravità del reato per cui si procede.
Ciò, invero, non è propriamente innovativo perché la Cassazione, da tempo, aveva stabilito, con molte pronunce sul punto, che la sola gravità del reato era insufficiente a ritenere sussistenti le esigenze di cautela.
Novità assoluta, invece, è l’esclusione della custodia in carcere e degli arresti domiciliari in due ben specifiche circostanze : quando il giudice ritenga che la eventuale sentenza di condanna non verrà eseguita in carcere (concessione della condizionale); quando il giudice ritenga che, all'esito del giudizio, sia possibile sospendere l'esecuzione della pena con concessione di una misura alternativa.
Quando invece si ipotizza un  aggravamento delle esigenze cautelari, il giudice, su richiesta del pubblico ministero, può anche applicare, congiuntamente,  altra misura coercitiva o interdittiva (attualmente il giudice, invece,  può solo sostituire la misura in corso con altra più afflittiva oppure  può applicare la prima con modalità più gravi).
Sono soppresse finalmente alcune disposizioni che favoriscono il ricorso alla custodia in carcere. Ci riferiamo all’obbligo per il giudice di revocare gli arresti domiciliari e applicare la custodia in carcere in caso di trasgressione del divieto di allontanarsi dalla propria abitazione; ci riferiamo al divieto, per il giudice, di concedere gli arresti domiciliari al condannato per evasione nei cinque anni precedenti al fatto per il quale si procede.
E’ stato, poi, ampliato (da due a dodici mesi) il termine di efficacia delle misure interdittive (sospensione dall'esercizio della potestà dei genitori; dall'esercizio di un pubblico ufficio o servizio; divieto temporaneo di esercitare attività o professionali).
Quanto all’applicazione della custodia in carcere,  novità importante è che la sua presunzione di idoneità opera soltanto ed esclusivamente con riguardo alla sussistenza di gravi indizi di colpevolezza per i delitti di associazione sovversiva, terroristica e mafiosa.
Per altri reati gravi, tra cui l’omicidio, la violenza sessuale ecc …  è vero che è possibile applicare la custodia in carcere, ma salvo che siano acquisiti elementi dai quali non sussistono esigenze cautelari che  possano essere soddisfatte con altre misure.
E non solo ! Nel disporre la custodia cautelare in carcere, il giudice ha l’obbligo di motivare sufficientemente il perché ritiene che l’ uso del cd. braccialetto elettronico non sia idoneo a tutelare le esigenze di cautela.
E’ stato, parimenti, rafforzato l’ obbligo di motivazione  autonoma da parte del giudice in merito alla ricorrenza delle concrete e specifiche ragioni per le quali le esigenze di cautela non possono essere soddisfatte con altre misure
La mancanza di "autonoma valutazione" da parte del giudice è motivo di annullamento dell'ordinanza cautelare in sede di riesame.
Infine è stato modificato anche il procedimento di riesame presso il tribunale della libertà delle ordinanze che dispongono una misura coercitiva.
L'udienza camerale, se ricorrono giustificati motivi, può essere rinviata, dal tribunale, per un minimo di cinque ed un massimo di dieci giorni. Stesso discorso per il deposito della motivazione sulla decisione  sull'ordinanza del riesame.
Al mancato deposito in cancelleria, entro trenta giorni dalla deliberazione, dell'ordinanza del tribunale del riesame consegue la perdita di efficacia dell'ordinanza che dispone la misura coercitiva.
Diventa, poi, possibile differire, per giustificati motivi, la data dell'udienza camerale del tribunale in sede di riesame delle ordinanze relative a misure cautelari reali (sequestro conservativo o preventivo).
Circa l'appello avverso le ordinanze che dispongono misure cautelari personali, viene precisato che la decisione sull'appello del tribunale del riesame (entro venti giorni dalla ricezione degli atti) sia assunta con ordinanza depositata in cancelleria entro trenta giorni dalla deliberazione.
Dopo l'annullamento con rinvio di un'ordinanza che ha disposto una misura coercitiva, il giudice del rinvio decide entro dieci giorni dalla ricezione degli atti e deposita in cancelleria l'ordinanza nei trenta giorni dalla deliberazione. La mancata decisione nei termini stabiliti comporta la perdita di efficacia della misura coercitiva.
Il provvedimento ha subito alcune modifiche in Commissione Giustizia del Senato :
·         è reintrodotta la possibilità (soppressa dalla Camera) che, nel corso delle indagini preliminari, il riferimento a specifici comportamenti dell'indagato (es. rifiuto di rendere dichiarazioni, mancata ammissione degli addebiti, personalità desunta dai comportamenti) possa giustificare le esigenze cautelari;
·         si è operata un'ulteriore modifica: la custodia cautelare in carcere può essere applicata solo per i reati per i quali è previsto un massimo di pena superiore ai cinque anni;
·         è stata reintrodotta la norma che prevede, nel caso di trasgressione agli obblighi derivanti dagli arresti domiciliari, l'automaticità dell'emissione di un provvedimento di custodia cautelare in carcere. Si è, tuttavia, mitigata l'automaticità dell'ingresso in carcere, consentendo al giudice una valutazione circa la lieve entità del fatto;
·         è stata modificata la disciplina del riesame delle misure cautelari ed i termini da ordinatori diventano perentori; dunque ad una violazione dei termini, consegue la perdita di efficacia della misura cautelare;
·         in caso di perdita di efficacia, l'ordinanza cautelare non può essere rinnovata, tranne che non vi siano eccezionali esigenze cautelari.

Questi, per grossi linee, le novità della riforma che, per valutare i suoi effetti, una volta approvata, occorre valutarla sotto un profilo pratico, in punto di attuazione e di esecuzione. 

martedì 8 aprile 2014

PAOLO BROSIO FIRMA LA PREFAZIONE AL LIBRO :“SULLA SCENA DEL DELITTO. ARRINGHE E RICORDI” DI R.G.CRISILEO

A voi cari lettori che state per aprire e leggere questo libro,  e' doveroso da parte mia,  raccontarvi un po' di cose sullo scrittore e su questo libro,  per introdurvi in questo mondo della cronaca nera.
Posso ben parlarvene poiché ho conosciuto l'avvocato Crisileo e ben conosco la cronaca giudiziaria per aver fatto per vent'anni il giornalista dei palazzi di giustizia e dei delitti più efferati.
Raffaele Gaetano Crisileo e' venuto con me in pellegrinaggio a Medugorije dimostrando una grande sensibilità ad aiutare la mia associazione onlus Olimpiadi del Cuore,  che si occupa di infanzia e anziani abbandonati. Egli è uomo di grande cuore e sensibilità sociale e ha manifestato, più volte,  un notevole attaccamento ai valori cristiani. Queste considerazioni avvalorano ancora di più la sua etica professionale che ogni giorno da più di trent'anni viene messa a dura prova nelle aule dei tribunali al fine di contribuire ad una giustizia che sia equilibrata nel duello fra accusa e difesa e l'altro ancor più difficile fra bene e male. Io ben so che svolgere oggi la professione di avvocato e'molto difficile  essendo laureato in giurisprudenza alla facoltà della Sapienza di Pisa. In questi quattro casi da lui descritti di omicidio e conclusi al vaglio della Corte d'Assise,  si assapora il gusto del giallo, dell'intrigo delle miserie umane sempre però con un taglio appassionato per la difesa dei valori umani e cristiani. Insomma un sapiente mix di cronaca nera, sullo sfondo di una salvaguardia di rispetto dei diritti civili ed etici. Cari lettori per la deferenza che ho per chi prende in mano un libro,  vi consiglio la lettura ed auguro al mio caro amico avvocato Crisileo ancora tante soddisfazioni nelle aule di giustizia, ma soprattutto di conservare ben stretto al suo cuore quell'intimo rapporto con la Fede e l'Amore per gli insegnamenti semplici ed umili di Maria Santissima,  con la quale,  solo con essi,  si amano e si apprezzano sempre di più le parole e la vita di Gesù Cristo.
Forte dei Marmi (Lucca), 6 febbraio 2014 
                                                                                                                Paolo Brosio






L’ORATORIA FORENSE : RELAZIONE ED OSSERVAZIONI.

SINTESI DELLA RELAZIONE,  TENUTA IL 3 APRILE 2014,  DALL’ AVV. CRISILEO,  PRESSO IL TEATRO GARIBALDI DI SANTA MARIA CAPUA VETERE (CASERTA)  IN OCCASIONE DEL SEMINARIO DI STUDI:  “ ELOQUENZA, PERSUASIONE E COMUNICAZIONE “ E DELLA PRESENTAZIONE DEL SUO LIBRO “ SULLA SCENA DEL DELITTO. ARRINGHE E RICORDI”.


Nel raccogliere l’invito per parlare di oratoria forense, cercherò di portarvi all’interno di una sofferenza, che è quella di tutti gli avvocati penalisti che, secondo me, sono dei veri psichiatri e psicologi. Dico questo perché il penalista è una persona che lavora con la propria mente e sulla mente del proprio interlocutore. Allora  vorrei cercare di capire come è possibile con la propria mente, capire la mente dell’altro. Ciò, non attraverso formule magiche, ma attraverso moduli quali  l’eloquenza (l’arte oratoria di un tempo, apportatrice di  intelligenza emotiva. rivista in chiave moderna e tecnica);  la persuasione e, da ultimo, la comunicazione cioè  il saper parlare in pubblico. Sono questi i tre temi del seminario di studio di oggi ed i tre sostantivi che il penalista deve sempre declinare nel corso della sua attività professionale. Il processo penale, da duemila anni, è caratterizzato da oralità, immediatezza e pubblicità e presenta tante variabili che richiedono decisioni immediate. Quindi la improvvisazione è una prerogativa del penalista che deve essere portatore di un forte convincimento delle sue tesi. Per esercitare bene la sua professione, egli deve possedere innanzitutto l’eloquenza, poi la padronanza di sé e una buona preparazione in materia. In buona sostanza gli avvocati  penalisti devono essere capaci di persuadere;  di stare in silenzio e di ascoltare. Questi principi di un tempo  sono validi anche oggi, perché il difensore è sempre lo stesso; il suo scopo è sempre il persuadere; il luogo è sempre il Tribunale;  lo strumento è sempre la parola. Quello che è cambiato, invece, sono i clienti che, grazie ad internet, sono diventati più acculturati. Oggi chi si rivolge ad un avvocato non solo cerca conoscenze legali, ma anche empatia e capacità di comunicare. In tema di comunicazione dobbiamo subito evidenziare che l’avvocatura penale necessita di una maggiore padronanza della comunicazione perché l’avvocato penale deve sostenere le ragioni della causa che patrocina,  con un discorso capace di persuadere il giudice. Ed allora, prima di tutto, gli avvocati si formano con l’eloquenza, perché solo l’arte oratoria può dare loro una adeguata proprietà di linguaggio. Quindi l’oratoria è utile,  non solo per i giudizi e per i processi, ma anche nelle relazioni interpersonali professionali, quando  si devono acquisire nuovi clienti,  perché apporta forza e sicurezza all’avvocato. Da una recente inchiesta è risultato che quasi il 90 % di persone, possibili clienti, considera, come primario criterio di scelta di un avvocato, il come il professionista si esprime. E che come si definisce e che ruolo ha la persuasione? Secondo Perloff, la persuasione : ” è un processo simbolico,  in cui i comunicatori cercano di convincere altre persone a cambiare i loro atteggiamenti,  in vista di un problema, attraverso la trasmissione di un messaggio, in un clima di libera scelta”. In quest’ottica, la persuasione è fatta non solo di parole ma anche di  immagini ecc... Per noi avvocati, la persuasione è l’obiettivo della nostra professione; quando essa si verifica, è un miracolo, che ci gratifica.  Rispetto al passato, si applica in modo diverso perché   viaggia in maniera più rapida e sottile. Non vi è dubbio che essere dei buoni persuasori è un arte. Non c'è un  metodo o una lingua già fatti da altri. Ognuno deve creare da sé  il metodo e la strada. La persuasione appartiene al mondo intellettuale, ma anche a quello  emotivo,  perché “ il cuore conosce le ragioni, che la ragione non conosce”, diceva un antico filosofo. Ogni argomentazione deve avere una forma di “simpatia” tra chi espone una tesi e chi la riceve. Quante emozioni vivono nell’animo di un  Giudice che possono facilitare o impedire la persuasione, ma la vera ragione del successo dell’avvocato penalista è l’eloquenza. Egli deve essere sensibile, attento,  con le  antenne dell’atmosfera dell’aula sempre alzate  sia che abbia scelto di difendersi provando sia che abbia scelto di difendersi, resistendo. Secondo Goleman : ” il successo dipende dall’intelligenza emotiva e non solo dagli studi accademici“. E’ vero ! Questa regola appartiene, in modo particolare,  al mondo dei penalisti. Un avvocato, il quale sa tutte le leggi, se non è in grado di comunicare con efficacia, è di certo limitato. L’avvocato penalista non solo deve essere in grado di ricondurre un fatto ad una norma giuridica, ma deve aggiornarsi, frequentare corsi,  mettersi in discussione a qualsiasi età. Insomma il penalista deve essere una persona convinta che non si finisca mai di imparare e che deve essere consapevole dei propri limiti. Una comunicazione verbale efficace  è un sicuro volano, per l’avvocato, per contrastare la tesi della Pubblica Accusa.  In definitiva la comunicazione verbale ha un  potere strabiliante; bisogna saperla usare, con criterio e metodo,  perché ci aiuta a raggiungere gli obiettivi, attraverso l’argomentazione e  la persuasione. Ed allora se è vero che l’energia vitale viene trasmessa attraverso il linguaggio, la gestualità, il tono della voce, lo sguardo, noi  penalisti dobbiamo tener ben presente questi elementi soprattutto quando teniamo  una discussione in un processo dove ci sono due momenti fondamentali : l’argomentare e l’intèlligere, cioè capire il punto decisivo della causa. Infatti, in tutte le cause vi è una questione decisiva che è il bersaglio cui  mirare. Individuato il  nodo della causa bisogna sviluppare gli argomenti e le ragioni da portare a sostegno della propria tesi, vincendo la cd. prova di resistenza. Dunque il vero strumento per difendere è l’argomentazione; è il ragionamento logico, attraverso l’analisi dei dati (le prove)  emersi nel processo. Solo, così, avviene il miracolo della persuasione. Ma l’argomentazione richiede soprattutto una conoscenza che si acquisisce attraverso lo studio di tutte le vicende, anche le più marginali, che possono aiutarci a ricostruire un fatto umano. Poi è necessaria anche una conoscenza giuridica. E non solo,  perché  se si parla, diceva Von Goethe, senza una profonda partecipazione d’amore, quel che si dice, non merita di essere riferito. Quindi la discussione, in un processo,  deve essere fatta, da un lato con partecipazione ed amore e, da un altro lato,  rispettando i principi (ciceroniani)  della limpidezza nell’esposizione, per illuminare gli ascoltatori, del vigore nell’eloquio,  per muovere la loro affettività. Sarai un oratore mediocre – diceva  Fenelon -  se non ti farai pervadere dai sentimenti che vorrai descrivere. E,  per gettarsi nell’avventura della parola  - scriveva  Padre Thaellier de Poncheville – bisogna dimenticarsi che si sta parlando e, addirittura, dimenticare chi si è. E, poi, l’argomento dell’avvocato richiede un lavoro di “inventio”, cioè devono essere esposte le giustificazioni delle tesi prospettate,   in modo  che, alla fine, il Giudice abbia recepito la nostra idea. L’idea di cui parliamo,  è quella che, nel gergo forense, definiamo “ il colpo d’ala” che, a volte, riesce a risolvere una causa,  perché “ il colpo d’ala “ prima colpisce il cuore e, poi,  arriva al cervello del Giudice. In buona sostanza la comunicazione c’è soltanto quando l’avvocato riesce a tenere sveglia l’attenzione per tutta la discussione. Infatti Jean Guitton diceva : “ L’eloquenza consiste nel dire qualcosa a qualcuno …  non è un buon oratore chi non ha idee, ma solo parole”. In definitiva, il nostro pensiero è che il  discorso trasporta un messaggio che l’oratore deve esprimere con chiarezza, con concretezza, con convinzione, con eleganza e con tecnicismo. Per questo l’eloquenza è stata definita l’arte di dare efficacia alla verità. Quindi se mancano questi presupposti, allora non siamo capaci di comunicare veramente.  Nel tempo, l’arringa ha cambiato nome e contenuto; si chiama discussione ed è essenzialmente tecnica perché deve incentrarsi sulla valutazione della prova ed è un’ esposizione diversa da quella degli avvocati di un tempo, che iniziavano con l’ ”esordio” e chiudevano con una “perorazione”. In sintesi, oggi parliamo di una discussione asciutta che deve armonizzare eleganza, tecnica e comunicazione, nell’interpretare il fatto e nel ricondurlo ad un’ipotesi giuridica. 


sabato 29 marzo 2014

IL LIBRO DELL'AVV. CRISILEO : DICHIARAZIONE ALLA STAMPA.

Mi sono deciso a raccogliere, in questo libro, dopo anni di esercizio della professione di avvocato penalista, alcune mie arringhe, così si chiamavano un tempo, quando  iniziai l’attività forense.
Nel mio libro “ Sulla scena del delitto. Arringhe e ricordi “ che verrà presentato il 3 aprile prossimo,  ho trattato quattro  celebri casi di omicidio,  in cui sono ho svolto  la funzione di difensore ed ho riportato le arringhe tenute in quei processi pubblici e che sono state trascritte e registrate dai miei collaboratori, nel mentre le pronunziavo dinanzi alle Corti di Assise.
Per renderle comprensibili anche ai non addetti ai lavori, al pubblico in genere che deciderà di trascorrere del tempo in compagnia del mio scritto, ho cercato di semplificarle al massimo, con particolare riguardo agli argomenti specificamente giuridici.
Questo al fine di far cogliere la profonda  differenza tra i diversi tipi di processo che esistono nel nostro Paese.
Il tutto senza avere la pretesa di fornire uno strumento per impostare e recitare un’ arringa o per articolare una discussione, ma con il mio unico scopo di trasmettere il mio metodo, nella ferma convinzione che verità e dubbio sono due elementi contrastanti ed il processo penale deve assolvere ad una funzione importante, quella di non lasciare spazio alle ombre e non far entrare la suggestione nell’aula di giustizia.
In questo contesto,  ho voluto  solo comunicare  al lettore una “chiave” mia, del tutto personale,  del come, a me,  piace affrontare un processo;  di come io lo analizzo.
Questo perché  è proprio nei dettagli, nelle pieghe dei fogli del fascicolo processuale, una volta compreso a fondo il “nocciolo della tematica “,  nella quale ci si innesta,  che, secondo me,  vi può essere,  la soluzione del  caso, fermo restando che la nostra professione di avvocato ha come caratteristica peculiare l’arte di insinuare il dubbio nel Giudice chiamato a giudicare.
Secondo me, il vero avvocato è quello che riesce ad insinuare, meglio degli altri, nel Giudice, appunto il dubbio.
E non bisogna mai dimenticare che la psicologia e la psichiatria, in un processo penale,  giocano il loro ruolo, nello stesso tempo, importante e determinante:.
Ciò in quanto la credibilità di un teste entra in contatto con quelle che si chiamano percezioni individuali che hanno un’importanza vitale.
Quindi, un vero avvocato,  deve essere anche un buono psicologo ed un vero psichiatra, nel senso che deve riuscire a leggere oltre le parole, oltre le frasi, oltre i silenzi.
In buona sostanza deve riuscire a capire il profilo dei protagonisti della vicenda per impostare una corretta ed utile strategia interattiva  con loro.         
Ed allora, ho voluto riportare,  quattro celebri casi giudiziari, pubblicamente trattati in un’aula di giustizia, arrivati alla ribalta della cronaca nazionale, in un libro gremito di personaggi fisicamente vissuti, coinvolti in tristi vicende della vita e finiti ad essere parti in un processo.
Ciò anche per dimostrare che il processo penale è indubbiamente un dramma ed una partita insieme, in cui l’arringa è il momento finale, prima che viene letta in aula la sentenza, in cui si scatenano le passioni e le emozioni dell’avvocato, nella eloquenza, nella persuasione e nella comunicazione  e la parte che rappresenta non attende altro che quel momento.
E questo, nelle Corti di Assise e nei processi di omicidi, avviene meglio che altrove.
Infine giunge il momento del silenzio, quello dell’attesa della sentenza; la sentenza  che appartiene solo al Giudice.
Così si conclude la partita – dramma in cui vi sono né vincitori né vinti, ma vi è solo il trionfo della Giustizia e della Verità, almeno di quella processuale.

AVV.  RAFFAELE GAETANO CRISILEO

giovedì 20 marzo 2014

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DELL’AVV. CRISILEO IL 3 APRILE 2014


Santa Maria Capua Vetere. Il prossimo 3 aprile alle ore 16.00 presso il Salone degli Specchi del Teatro Garibaldi  di Santa Maria Capua Vetere, la Scuola di Criminologia del Formed di Caserta, diretto dalla prof. Vittoria Ponzetta, in convenzione con la Seconda Università degli Studi di Napoli – Dipartimento di Giurisprudenza – con il patrocinio del Comune di Santa Maria Capua Vetere, a chiusura delle lezioni della  IV Edizione del Corso di Perfezionamento in Scienze Criminologiche e Criminalistiche, direttore scientifico il   prof. Giuliano Balbi, ordinario di diritto penale alla Seconda Università  di Napoli,  ha organizzato un interessante convegno- seminario di studio, il primo in assoluto in Terra di Lavoro sul tema  “ Eloquenza, persuasione e comunicazione”, durante il quale verrà presentato il libro dell’avv. Raffaele Gaetano Crisileo dal titolo “ Sulla scena del delitto. Arringhe e ricordi”( la copertina è nella foto). Porgeranno i saluti il Sindaco della Città di Santa Maria Capua Veterel’arch. Biagio Maria Di Muro ed il Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale, il dott. Corrado Lembo. Interverranno, come relatori, lo stesso autore del libro, l’avvocato Crisileo, che terrà un seminario sul tema del convegno nonché il prof. Mariano Menna, ordinario di procedura penale avanzata presso la Seconda Università: il prof. Raffaele Santoro, docente di diritto canonico presso la stesa Università; ildott. Piero Avallone, Giudice presso il Tribunale per i Minorenni di Napoli ed l’avv. Mario Covelli del Foro sammaritano. Il convegno è stato accreditato dall’Ordine degli Avvocati di Santa Maria Capua Vetere con l’attribuzione di tre crediti per ciascun avvocato partecipante cui verrà rilasciato un attestato di partecipazione, previa prenotazione telefonica al Formed. Modera il convegno, il dott. Gianluigi Guarino, direttore di www.casertace.net.  Ogni partecipante che si prenoterà per la partecipazione all’evento,  telefonando almeno due giorni prima, al Formed  di Caserta ( tel. 0823.279263; fax 0823.220975; cell. 393.9743680 ) avrà in dono una copia del libro dell’avv. Crisileo ed un’attestazione di partecipazione al seminario di studio.