sabato 7 luglio 2018

Verso una pena più umanizzante.


La nostra storia e la nostra cultura ci deve allontanare da un concetto della pena che sia solo quello di punire chi ha commesso un reato,  ma il suo vero fine  deve essere quello della riabilitazione e della rieducazione. Una duplice riabilitazione: prima  per se’ stesso e poi per la società in cui vive ed in cui ha (e dovrà avere) relazioni. Allo stesso modo occorre creare le condizioni per prendersi cura, e con scrupolo, delle vittime del reato.
Ciò significa che amministrare la giustizia non vuol dire solo “mettere le mani” sul colpevole e pronunciare soltanto nei suoi  confronti una sentenza di condanna, ma  significa innanzitutto mettere al primo posto, il rispetto “la dignità”, i “diritti della persona umana”, sia vittima che reo; questo senza discriminazione alcuna. 
Al di là delle  norme che rischiano soltanto  di far rispettare la  legge senza convinzione interiore, è importante puntare l’attenzione soprattutto su un ulteriore importante aspetto che consiste nella “riparazione del danno provocato”. 
Ciò non solo da un punto di vista penale, ma anche sotto il profilo della “contrizione interiore dell’uomo”. In tanti pensieri di giuristi e di filosofi si riscontra “una  mancanza di proporzione, necessaria, tra il delitto compiuto e la pena, per cui non si  può rimediare solo con la sua funzione retributiva  senza quella rieducativa. Bisogna certamente dare giustizia alla vittima del reato, ma non si deve “giustiziare” l'aggressore con l’isolamento”. 
E’ questo della rieducazione (anche interiore) deve essere  il principio della pena. Se cosi non fosse significherebbe abdicare alle nostre  origini culturali, morali  e poi  alle nostre radici umanitarie. 
Bisogna  spazzare via pregiudizi e preconcetti che conducono verso una sensibilità che oggi è poco presente, nella quale non si fa altro che credere che i delitti siano risolti quando chi li ha compiuti viene condannato e non si presta la giusta attenzione allo stato  in cui si vengono a trovare sia  le vittime che i rei.
E tutto ciò cosa può significare? L’unica risposta possibile è ritenere che si incorre in errore  l’ identificare la riparazione che si può dare alla vittima solo con la punizione di chi ha commesso il reato. Perché ciò  porta  a confondere la giustizia con la vendetta; e la vendetta, come la storia ci ha insegnato, aumenta soltanto la violenza.
E del resto inasprire le pene non risolve i problemi sociali di una collettività sofferente né diminuisce  la criminalità. E non solo! Ma ha spaventose ricadute sulla società: in primis le carceri sono sovraffollate. Ed allora bisogna fare in modo che le persone che s’imbattono (specialmente quelle per la prima volte) in condanne cambino interiormente e la pena per loro sia una svolta, una riflessione sui veri valori della vita umana. Ecco le pene meno afflittive. Il tutto con lo scopo di migliorare ed educare l'uomo che deve riparare al danno causato senza essere schiacciato dal peso delle sue miserie.
In definitiva non basta avere leggi giuste, ma è necessario formare persone responsabili e capaci di osservarle. 
Il “perdono responsabile” in definitiva non diminuisce la necessità di correzione, propria della giustizia, né prescinde dalla necessità della conversione personale, ma una “giustizia umanizzante” può essere realizzato anche e soprattutto attraverso  misure alternative che consentano al perdono di raggiungere una dimensione istituzionale.  Concludo con le parole del Procuratore Capo di Bologna, il dott. Giuseppe Amato, che condivido appieno che afferma “ La vita ha delle sue tragicità per cui non può essere  criticata sulla base di considerazioni emozionali fatte ex post da chi non le ha vissute”. 


avv. Raffaele G. Crisileo 

giovedì 14 giugno 2018

Il mio ultimo libro in via di pubblicazione :“ Eloquenza, persuasione e comunicazione”.


“ Eloquenza, persuasione e comunicazione”,  è questo il titolo dell’ultimo lavoro in corso di pubblicazione che reca la mia firma  congiuntamente a quella di un giovane professore sammaritano di lettere classiche antiche ed esperto della letteratura latina e greca. Abbiamo voluto fare uno studio congiunto, un confronto che si è tradotto in un opera in cui   abbiamo analizziamo due mondi, in modo parallelo, nel senso plutarchiano del termine  quanto all’arte oratorio ed alla figura dell’avvocato penalista. Da un lato siamo partiti con l’analisi del mondo  antico fino ad arrivare a quello di oggi. Dall’arte oratoria dei più antichi retori ed avvocati del mondo ellenico come Demostene e Lisia per arrivare a quello romano con Cicerone e Cesare, per poi giungere a trattare il tema  della comunicazione e dell’eloquenza,  come strumento prettamente tecnico per dialogare con il Giudice, per rapportarsi con la Corte e trasmettere loro i saperi dell’avvocato al fine di  orientarli nella decisione che è un parto, un travaglio, una gestazione. Ho ritenuto di dare il mio contributo, nel libro, da avvocato, come è concepita la funzione e il suo ministero oggi; una professione - vocazione che trascina nel mondo della sua sofferenza. Un avvocato, come sottolineo  nel libro, che, secondo me, deve essere uno psichiatra e uno psicologo nello stesso tempo perché  il penalista è una persona che lavora con la mente e sulla mente. E con la mente, ne sono convinto, non si arriva attraverso magie o stregonerie, ma a  mezzo di moduli, di percorsi che sono una serie di possibilità che ci  consentono di capire e di percepire la situazione che si presenta dinanzi a noi quando siamo chiamati a difendere una persona in Tribunale. E i moduli, debbo sottolineare, sono l’arte oratoria di un tempo (ovviamente in chiave moderna e tecnica), poi la persuasione e infine la comunicazione. come il saper parlare in pubblico. Ciò perché - come ha sottolineato Giuseppe Papale nel testo  - da duemila anni,  la giustizia penale è orale ed il processo penale è caratterizzata da oralità ed immediatezza. In un processo avvengono fatti imprevedibili che richiedono decisioni improvvise ed immediate. Quindi la improvvisazione,  insieme ad una sorta di atteggiamento quasi istrionico, sono prerogative, secondo me, che appartengono al mondo dei penalisti in generale  (mi riferisco a quelli dei Fori  delle nostre terre, il Foro sammaritano e quello napoletano, antichissimi ambedue per cultura, formazione, per l’ appartenenza a loro di nomi illustri  sia per tradizioni che per radici). 
Nel nostro libro scritto a quattro mani e di cui questa è  una micro anteprima, si evidenzia che il processo penale sia nell’antichità (al tempo dei greci e dei romani)  sia  oggi, è un vero teatro in cui il penalista, come il Demostene di allora,  rimarca Giuseppe Papale, è un professionista che deve sempre dimostrare le sue doti linguistiche ed oggi anche le sue doti tecniche perché,  diversamente da un tempo,  la prova si forma a dibattimento. 
I più grandi avvocati di ogni epoca, e la scuola e la tradizione napoletana e di Terra di Lavoro, h anno sempre sostenuto che essi non sono portatori di una verità, ma  di un forte convincimento delle tesi che sostengono. E il tutto va in una sapiente miscela di determinazione, di sicurezza e di preparazione. E “i penalisti devono essere capaci non solo di persuadere, ma anche di stare in silenzio e di ascoltare”. E questo principio è valido dall’ antichità ad oggi perché  il difensore è rimasto sempre lo stesso. Perché il suo scopo è sempre il persuadere, perché il luogo è sempre il Foro  (il Tribunale), da Demostene a Lisia, da Cicerone a Quintiliano a Seneca,  a Cesare, da De Marsico a Porzio fino ad oggi. Perché - come ha detto in una recente lectio magistralis l’avvocato napoletano Vincenzo Siniscalchi - lo strumento è sempre la parola. Quello che è cambiato - dico invece io - sono i clienti che oggi, rispetto al passato, chiedono sempre di più.  Vengono nei nostri studi già  acculturati, perché  internet ha fatto la sua parte. Una mia riflessione al riguardo: purtroppo oggi le relazioni con il cliente sono  sempre più difficili. 
Nel nostro libro un tema particolarmente a cuore è stato quello della comunicazione perché  ritengo che la professione dell’avvocato sia un vero e proprio dibattito nell’ambito giuridico che avviene attraverso l’oratoria, intesa come proprietà  di linguaggio, come capacità di utilizzare riferimenti al momento di dover argomentare e con capacità  di adattare il registro. 
In definitiva l’oratoria apporta forza e sicurezza all’avvocato, tanto in fase di giudizio che di processo. 
Da un recente sondaggio è risultato che oltre l’ 80% dei clienti,  in cerca di  assistenza legale, ha dichiarato di considerare, come criterio di scelta, il come l’avvocato penalista parla e il come si esprime. 
Ciò significa che la comunicazione tra le parti migliora quando il cliente è portato ad instaurare una relazione emotiva con il proprio avvocato. 
In ciò ha un ruolo determinante anche la persuasione, come atto automatico, in quanto è una forza potente e gli elementi chiave sono l’uso di parole, di simboli e di immagini. 
Non vi è  dubbio che la persuasione sia  lo scopo della nostra vita professionale. E’ un miracolo che, quando si verifica, ci riempie di gratificazione. 
Mentre l’arte della persuasione ha interessato perfino gli antichi greci con la nascita della retorica,  ci sono differenze significative tra come si applichi oggi la persuasione  rispetto al passato. Ciò in quanto la comunicazione persuasiva, oggi, viaggia molto più rapidamente ed in modo molto più sottile rispetto al passato. Essere dei buoni persuasori è  un’ arte : non vi è una via preparata, ma ognuno per arrivare alla persuasione deve creare da sé la lingua, il metodo e l’arte. In definitiva è un fatto intellettuale ed emotivo perché  il cuore conosce le ragioni che le ragioni non conosce (diceva un filosofo greco). Quante sono le emozioni che albergano nell’animo del Giudice che possono influire su questo fenomeno miracoloso della persuasione. 
Ma le ragioni  del successo dell’ avvocato - come abbiamo concluso nel libro io e Giuseppe Papale – è l’eloquenza e millenni di storia lo confermano. 
In definitiva concordo con Goleman il quale ha affermato che il successo dipende dall’intelligenza emotiva e non solo dagli studi accademici. 
Sabbiamo bene che un avvocato che conosce tutte le leggi, se non è in grado di comunicare efficacemente, limita di molto la sua professionalità.  
Un suo più modesto collega che invece ha imparato l’arte dell’eloquenza avrà  sicuramente maggiore successo. 
Questo è il messaggio che io e Giuseppe Papale abbiamo voluto trasmettere con il nostro libro e speriamo di esserci riusciti. 

Raffaele G. Crisileo 

domenica 27 maggio 2018

IL PAZIENTE PSICHIATRICO E IL PROCESSO PENALE


Ieri l’altro, il 24 maggio, al Salone degli Specchi del Teatro Garibaldi in Santa Maria Capua Vetere si è svolto un convegno su scala regionale sulla psichiatria oggi,  a  quarant’anni dalla entrata in vigore della Legge Basaglia. In buona sostanza una sorta di bilancio con considerazioni, e riflessioni. Ho avuto il piacere di essere stato invitato, bontà degli organizzatori,  come relatore, per trattare un tema attuale e, secondo me, di ampio respiro riguardante la mia professione di avvocato penalista, dal titolo “ Il paziente psichiatrico ed il processo penale”. Ho subito premesso dicendo che la centralità della relazione, tra il paziente psichiatrico e il processo penale, sopravvive ancora oggi nei dibattiti  nonostante siano trascorsi  quarant’anni dalla emanazione della cd. Legge Basaglia (L. 180/1978). La legge che dispose  la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari ( O.P.G. ) i cd. manicomi e regolamentò il T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), facendo dell’Italia il primo e, ad oggi, unico paese al mondo ad aver abolito gli ospedali psichiatrici. La rivoluzione culturale, sfociata nell’emanazione in quella legge, si fondava sull’idea di restituire dignità ai pazienti psichiatrici, in un’ottica di risocializzazione del soggetto ritenuto socialmente pericoloso. Tuttavia, però, ho sottolineato, nel mio intervento,  che  il processo di rinnovamento non è stato  ultimato sebbene i più recenti, ma debolissimi,  interventi normativi in materia, quali la Legge n. 9/2012 e la  n. 81/2014 che hanno determinato il definitivo superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (O.P.G.), con l’istituzione, su tutto il territorio nazionale, delle Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (R.E.M.S.). Strutture, queste ultime, con connotazioni differenti rispetto agli O.P.G., perché hanno una gestione ad esclusiva competenza sanitaria con  funzioni terapeutico-socio riabilitative in favore di autori di reato affetti da disturbi mentali, che ne inficiano, in tutto o in parte, la capacità di intendere e di volere. Secondo me, però,- ho tenuto a dire con chiarezza all’interessato uditorio presente– che  la chiusura degli O.P.G.  non è sufficiente se non sarà accompagnata da una riforma del codice. Specie in relazione ai concetti di imputabilità, pericolosità sociale e misure di sicurezza. In caso contrario, si rischia solo di spostare il problema su altre strutture che hanno nomi differenti, ma svolgono  di fatto le stesse funzioni dei vecchi O.P.G., cosa, questa,  che sta realmente avvenendo. Penso agli artt. 219 e 222 del c.p., che disciplinano proprio gli O.P.G.. Ed allora, in sede di mio intervento, mi sono posto questa domanda : “Ma queste norme come vanno coordinate con la nuova disciplina che sostituisce appunto gli O.P.G. con le R.E.M.S.” ?
Questo tema, ho detto a chiare lettere, è stato oggetto anche della recente delega legislativa di cui alla Legge n. 103/ 2017 (cd. Legge Orlando), che ha presentato  uno specifico punto relativo alla disciplina delle misure di sicurezza e del ricovero presso le R.E.M.S..
Ma anche a questo riguardo – secondo me - nulla si è fatto e si sta facendo, da parte del legislatore, per ridare dignità al paziente psichiatrico coinvolto in un procedimento penale.  
Un altro aspetto da non sottovalutare, ho evidenziato, è la fattiva collaborazione tra la magistratura e gli operatori delle R.E.M.S. in quanto numerosi Uffici Giudiziari si attivano in questo senso segnalando la insufficienza quanto ai posti disponibili nelle nuove dette residenze che si trovano nel Circondario del Tribunale o, comunque, nel Distretto di Corte di Appello.
In diversi casi, eppure, queste problematiche attuative riguardano procedimenti concernenti gravi delitti contro la persona (ad esempio, casi di omicidio ecc…) commessi da soggetti pericolosi.
Un altro aspetto specifico, che ho ritenuto di trattare, anche se in modo fortemente critico, è stata la relazione tra la infermità mentale e la responsabilità penale che, nell’ambito di un procedimento penale, vi è con l’accertamento di una patologia psichiatrica,  effettuato mediante una perizia psichiatrica disposta dal Giudice.
Ma, attenzione, il Giudice la dispone solo a seguito di una consulenza di parte dell’imputato al fine di  determinare se questi, al momento della visita, sia in grado di partecipare coscientemente al processo e se, all’epoca dei fatti,  la sua capacità intendere e di volere fosse presente o compromessa e se egli era in grado  di comprendere il disvalore delle sue azioni.
In altre parole l’analisi della capacità di intendere e di volere dell’imputato è finalizzata ad inquadrarlo da un punto di vista dell’imputabilità, secondo la disciplina del nostro codice  penale che individua il presupposto della responsabilità nell’imputabilità.
In questo contesto –  ho ribadito – che si inserisce l’applicazione eventuale delle misure di sicurezza da parte del Giudice, dopo l’accertamento della pericolosità sociale del soggetto autore del reato. Vero è che  l’applicabilità di una misura di sicurezza è subordinata all’accertamento che sia altamente probabile che egli commetta altri reati. In poche parole solo in questo caso  si applicano le misure di sicurezza; e  questa prognosi è disancorata dal giudizio di responsabilità.
Ed allora, un’ autore di un reato, ritenuto infermo di mente (e in quanto tale non imputabile), ma socialmente pericoloso, può essere internato in una R.E.M.S..
Viceversa sarà prosciolto e non soggetto all’applicazione di alcuna misura di sicurezza.
In materia di applicazione di  queste misure di sicurezza, poi, ho fatto cenno alle novità introdotte appunto dalla Legge n. 81/2014 che  fa ricorso alle misure di sicurezza detentive, per un non imputabile, solo quando ogni misura diversa non è idonea a fare fronte alla sua pericolosità sociale.
E vero che vi è stata l’introduzione di un elemento positivo :  un termine massimo di durata per le misure di sicurezza per scongiurare i cd. “ergastoli bianchi” e  si è stabilito che le misure di sicurezza detentive, provvisorie o definitive, non possono durare oltre il tempo stabilito per la pena detentiva massima prevista per il reato commesso, ma purtroppo la legge presenta dei vuoti.
Ciò  in quanto il Giudice non dispone di un ventaglio di soluzioni adatte da applicare al caso concreto per una risposta trattamentale adeguata.
Cosa, questa, a mio avviso, censurabile in quanto sarebbe di certo auspicabile che il Giudice potesse indirizzare il non imputabile ad un programma terapeutico  adatto a lui sin dal momento della pronuncia del processo penale, ricorrendo alla misura di sicurezza detentiva solo quando sia l’unica soluzione utile e praticabile. Ed infine ho concluso affermando  che, a quarant’anni dalla entrata in vigore della Legge Basaglia, per quanto riguarda la relazione tra paziente psichiatrico e processo penale,  poco o nulla si è fatto per cui occorre un intervento legislativo di riforma urgente e concreto perché gli O.P.G. che sulla carta non esistono più, non vengano di fatto sostituiti dalle R.E.M.S in quanto la normativa al riguardo è lacunosa e insufficiente.
Avv. Raffaele G. Crisileo 

lunedì 5 febbraio 2018

Reati sessuali su minori: va sempre disposta la perizia sul bambino.

Nei procedimenti per reati sessuali su minori, specie se si tratta di bambini in tenera età, la valutazione della capacità a testimoniare e della credibilità della vittima riveste - a mio parere - un ruolo decisivo.
In questi casi il giudice può decidere senza aver prima disposto una perizia psicologica sul bambino? Questa e’ la domanda che ci dobbiamo porre perche’ e’ una tematica molto dibattuta, specialmente in questi ultimi tempi e quindi attuale. 
Al quesito - secondo me - ha risposto di recente la Corte di Cassazione, Terza Sezione Penale, con la sentenza 2016 /43245.
I Giudici  della Suprema Corte hanno affermato la necessità dell’utilizzo, in sede di processo penale, della perizia psicologica sul minore "presunta vittima" del reato per  accertare la veridicità dei fatti da lui narrati e, poi, hanno affermato la possibilità di ricorrere in Cassazione quando manchi questo  elemento. 
Ciò premesso debbo sottolineare che "il reato di atti sessuali con minorenne si caratterizza per un’attività di pressioni o di persuasione finalizzata a determinare la persona nel senso voluto dall’agente".
Per questo motivo, occorre, secondo me, nel caso di dichiarazioni del minore - vittima di reati sessuali - “ verificare la sua precipua attitudine  psicofisica ad esporre le vicende in modo esatto, nonché la sua posizione psicologica rispetto alle situazioni interne ed esterne".
E cio’ dove ci conduce ? Questo ci dobbiamo chiedere. Ebbene secondo me cio’ ci porta a ritenere che "soltanto quando il Giudice disponga di concreti elementi per stabilire che il dichiarante sia assolutamente incapace di rendere dichiarazioni, opera il divieto di assumere le dichiarazioni",
In secondo luogo, debbo poi riportare alcune considerazioni del Giudice Carlo Crapanzano che,  in un suo scritto giuridico, che ho
avuto modo di leggere in questi giorni, scrive : “ secondo quanto prevede il primo comma dell’art. 196 c.p.p., ogni persona ha la capacità di testimoniare e tale principio vale come riferimento di carattere generale anche per i minorenni".
A fronte di tale affermazione tsluni hanno mosso critiche sostenendo che sarebbe invece "preclusa tale testimonianza dall’ art.120 c.p.p. dove  si prevede che "Non possono intervenire come testimoni ad atti del procedimento: a ) i minori degli anni quattordici …. " . 
Ma, attenzione, osserviamo noi, la giurisprudenza di Cassazione ha -da tempo- interpretato e chiarito la norma secondo la quale "l’art. 120 c.p.p. non pone alcun divieto alla testimonianza dei minori, in quanto stabilisce solo che i minori degli anni quattordici e gli altri soggetti appartenenti alle categorie ivi indicate non possono intervenire come testimoni ad atti del procedimento".
Il Giudice Crapanzano conclude affermando che “si fissa in tal modo “ solo una inidoneità generale della persone catalogate ad assolvere alla funzione di garanzia che la legge prevede per il compimento di determinate attività (ispezioni, perquisizioni ecc... )”. 
In altri termini, secondo l'Autore: "... La minore età di un testimone non incide sulla capacità di testimoniare, che è disciplinata dal principio generale contenuto nell’art. 196, co.  1, del c.p.p., ma solo sulla valutazione della testimonianza e, cioè, sull’attendibilità... “. In prospettiva, infatti “ opera il regime ex art. 498, co. 4, del c.p.p. per l’esame del minore affidato al presidente del collegio giudicante e con l’ausilio di un un esperto psicologo".
Ciò implica, a parere dell’Autore , che per poter eseguire un esame testimoniale ben organizzato, sul minore -vittima di reato sessuale, vanno messe in atto, le linee-guida della “Carta di Noto" (1996/2002), che è entrata a far parte dei "criteri e valutazioni dei quali tengono conto i Giudici" per verificare "l’attendibilità dei testimoni".
Noi condividiamo in pieno questa tesi perche’ nella Carta di Noto si prevede che: "...i professionisti formati a raccogliere le testimonianze dei minorenni debbano usare metodologie e criteri scientifici affidabili dovendo, però, al contempo, tenere presente che "la valutazione psicologica non può avere ad oggetto l’accertamento dei fatti per cui si procede...".
In conclusione - secondo noi “ la valutazione (del minorenne) a rendere testimonianza può essere affidata ad un perito, mentre "la veridicità o meno del racconto del minorenne deve essere affidata al Giudice".
In buona sostanza - riteniamo correttamente che - in questi reati sia necessario predisporre particolare cautele processuali per tutelare la genuinità  del processo e l’equilibrio psicofisico del minore. 
Muovendo da tali premesse, in buona sostanza, il Giudice Crapanzano analizza il requisito della capacità di testimoniare dei bambini. 
L’illustrazione dello studioso di diritto tiene conto, da ultimo, delle dinamiche processuali in ambito di perizia psicologica da effettuarsi nei confronti del minore vittima di abusi sessuali e prosegue la sua analisi evidenziando che "... anche i bambini in tenera età sono in grado di ricordare ciò che hanno visto e subito pur spettando al giudice di valutare la credibilità del dichiarante e l’attendibilità delle dichiarazioni...".
Per quanto concerne, invece, la capacità del minore di rendere testimonianza, il dott. Crapanzano evidenzia, con riferimento al ruolo del Giudice che: "... l’inesistenza nel sistema normativo di preclusioni o limiti alla capacità del minore a rendere testimonianza (art. 196 c.p.p.) non affranca il giudice dal dovere di controllarne le dichiarazioni con impegno assai più solerte e rigoroso rispetto al generico vaglio di credibilità cui vanno sottoposte le dichiarazioni di ogni testimone... “, in quanto "in particolare nei reati a sfondo sessuale – dei quali il minore è frequentemente vittima e il suo contributo non è normalmente sottraibile alla ricostruzione del fatto – il Giudice  deve accertare la sincerità della testimonianza del minore, con prudenza e con un esame rigoroso di tutti gli altri elementi probatori di cui si possa eventualmente disporre".
A tal proposito, afferma  che "... può rivelarsi necessario il ricorso agli strumenti dell’indagine psicologica per verificare la concreta attitudine del minore a testimoniare, la sua credibilità, la sua capacità a recepire le informazioni, a raccordarle tra loro, a ricordarle e a esprimerle in una visione complessa, da stimare in relazione all’età, alle condizioni emozionali che regolano le sue relazioni con il mondo esterno, alla qualità e alla natura dei suoi rapporti familiari... “, anche al fine di "escludere che una qualunque interferenza esterna, talvolta collegata allo stesso ambiente domestico nel quale l’abuso sessuale non di rado si consuma , possa alterare la genuinita’ dell’apporto testimoniale".
In conclusione - secondo noi - in caso di mancato accertamento della sussistenza della capacità di testimoniare del minore, oppure dove manchino, ai fini di tale riscontro, elementi probatori, la testimonianza del minore e’ inficiata e passibile di ricorso in Cassazione.
Scrivo questo articolo perche’ sposo in pieno la recentissima e innovativa  giurisprudenza della Suprema Corte e le osservazione dell’illustre magistrato
dott. Crapanzano in quanto ritengo utilissimo come strumento di ausilio del Giudice  in un processo penale la perizia psicologica e i test EMDR essendo un cultore della psicologia giuridica nell’auspicio che la scienza psicologica venga sempre piu’ applicata ed utilizzata nel processo penale essendo essa una branca della criminologia e ritenendo che diritto penale, processo penale e psicologia giuridica debbano camminare insieme non solo per l’accertamento della verita’ processuale, ma soprattutto per verificare se colui che ha compiuto um fatto - reato e’ stato mosso da una  pulsazione  criminale propria oppure perche’ era in stato di sudditanza psicologica.

Avv. Raffaele Gaetano Crisileo
Penalista Cassazionista 

martedì 19 dicembre 2017

BIO TESTAMENTO : UNA LEGGE CONTRO IL PRINCIPIO DELLA SACRALITA’ DELLA VITA ?

La nuova norma che consente al malato terminale di rifiutare le cure è  legge dello Stato  (deve essere solo promulgata  dal Presidente  della Repubblica).
Il mondo cattolico in generale e l’Associazione dei Medici Cattolici, in particolare, annunciano una ferma «obiezione di coscienza». Anche i Vescovi esprimono dissenso. Ma perché ? Perchè la reputano  «inadatta ai sofferenti».
Prima  di dare una nostra opinione in merito, vediamo, in sintesi, che cosa contempla la nuova legge. Essa prevede che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se manca il consenso informato della persona interessata. Sembra che venga  «valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra il medico e il paziente, il cui atto fondante è il consenso informato» e «nella relazione di cura sono coinvolti, se il paziente lo desidera, anche i suoi familiari». 
Per  i minori «il consenso è espresso dai genitori esercenti la responsabilità genitoriale o dal tutore, tenuto conto della volontà del minore».
Ogni «persona maggiorenne, capace di intendere e volere, poi, in previsione di una  eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, può, attraverso «disposizioni anticipate di trattamento» (Dat), esprimere le proprie preferenze sui trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte diagnostiche o terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari, comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali». Le Dat, sempre revocabili, sono vincolanti per il medico e devono essere redatte per atto pubblico o per scrittura privata autenticata. In caso di urgenza, «la revoca delle Dat può avvenire anche oralmente davanti ad almeno due testimoni».
In buona sostanza tra il medico ed il paziente «rispetto all’evolversi di una patologia invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta, può essere attuato un pianificazione delle cure che il medico deve rispettare se  il paziente incapace, in futuro, non sia nella condizione di esprimere il proprio consenso».
A far sì che si possa dare, in futuro, il consenso, o il rifiuto, a trattamenti sanitari e diagnostici  (qualora appunto si diventi incapace) è necessario aver avuto informazioni sui benefici e/o sui rischi delle cure e degli esami.  Ma cosa debbono ancora fare i medici? Essi devono rispettare il biotestamento e possono disattenderlo solo se non corrisponde più alle condizioni cliniche del paziente, ovvero se sopraggiungono terapie che danno al paziente concrete chances di miglioramento. 
Le nostre considerazioni al riguardo:  in buona sostanza questa legge, secondo noi,  se da un lato ribadisce, in un certo qual senso, il no all'accanimento terapeutico, dall’altro lato non tiene conto del principio della sacralità  della vita umana in quanto il testamento biologico, pur non essendo un atto obbligatorio, ma sempre revocabile non considera che l’autodeterminazione in tema di salute è fortemente condizionata dalla soglia personale di tollerabilità dell’umana sofferenza. E non vi è dubbio - lo sottolineamo - che la mente umana delle persone segnate dal dolore è una mente narcotizzata e dà vita ad ombre che  li portano ad optare, se esposti a malattie neurodegenerative, a demenze, oppure a stati di comprovata compromissione delle facoltà  cognitive,  per scelte finali drastiche in ordine alla propria esistenza; scelte che  possono essere in antitesi rispetto ai principi in cui essi hanno creduto per una vita intera. Ed allora ci dobbiamo chiedere : per quei sofferenti, non più in grado  di decidere sul proprio fine - vita, chi deciderà, al loro posto, quando sarà sopraggiunto il momento di decidere ? Sarà il medico a dover decidere in virtu’ delle Dat ? Una risposta fredda e da leguleio potrebbe essere che la legge appunto stabilisce questo. Ma non possiamo rispondere in modo cosi freddo. Molti hanno scritto, nei loro commenti, al riguardo, che una norma del genere rinsalderebbe una certa forma di alleanza tra medico e paziente, perché porterebbe chiarezza sul da farsi quando le chances  di guarigione per il paziente sono finite. Ci sia consentita una critica : Noi useremmo innanzitutto il condizionale e non il presente (seppur presente storico e diremmo ad esempio “ quando le chanches sarebbero finite “.
Ed è proprio questo, a nostro avviso, il punto sensibile e cruciale della tematica : stabilire il momento in cui queste chances di guarigione sono (rectius, per noi, “sarebbero”). Ed allora, a tal riguardo, ci dobbiamo chiedere : ciò  può essere stabilito in termini di assoluta certezza oppure resta in termini di mera probabilità ?  Questo è  l’ interrogativo-dilemma al quale non possiamo che rispondere in una sola maniera: la certezza scientifica sul punto non esiste, se non in casi eccezionali. Ma la nuova legge non fa una differenziazione tra un caso e l’altro (ad esempio non distingue un elettroencefalogramma piatto da sofferenze derivanti da patologie oncologiche e cosi via). Anche per questo non ci sentiamo  di condividere la ratio della norma  in questione non perché siamo a favore dell’accanimento terapeutico oppure perché ci allineiamo, sic ed simpliciter, ai principi cattolici, ma perché riteniamo che sia letteralmente impossibile stabilire quel limite cosi sottile “ tra quando le chances di vita ci siano ancora e quando dette chances non ci siano più. Ed allora non basta l’autonomia del medico che può fare obiezione di coscienza, ma occorre un esame di coscienza generale che non può  prescindere dal valore della sacralità  della vita.


sabato 28 ottobre 2017

Dal perdono responsabile all’abolizione del carcere attraverso misure alternative: le ipotesi di due giuristi Gherardo Colombo e Luigi Manconi

Non appena si diffonde la notizia di un delitto, subito si pensa  che, chi lo ha commesso,  debba essere incarcerato. Ed allora cerchiamo un’altra prospettiva di analisi. Il magistrato Gherardo Colombo, nel suo libro  “Il perdono responsabile “ - che ho avuto modo di leggere e rileggere in questi giorni - sostiene l‘inadeguatezza del carcere e la necessità di modelli alternativi perche’ la pena retributiva e’ stato un fallimento per il recupero del trasgressore. Infatti il 60 % dei detenuti, una volta liberi, ricommettono  reati; neppure si ripara il danno alla vittima. Inoltre, secondo il dott. Colombo,  questo tipo di detenzione  lede i diritti della persona : perche’ chi  commette un reato  non può essere annientata ! Bellissima questa espressione, che trova la nostra piu’ ampia condivisione. Ma il carcere trionfa nella nostra società perche’ di fronte al reato la risposta  della collettività e’ ancora emotiva. Ed invece dovrebbe trionfare la giustizia “riparativa”che insegna al colpevole ad essere responsabile ed a dialogare con chi ha subito il torto e con la comunità. Se tutto cio’ in prigione non si puo’ fare il carcere non serve. Ecco perche’ condividiamo la giustizia “riparativa”! È questo quello che il giurista Gherardo Colombochiama “perdono responsabile”. Egli pero’ sa che, oggi, un’idea del genere non e’ recepita  bene nella nostra società. 
Ma quali sono le possibili misure alternative? Questa e’ la domanda che ci dobbiamo porre. Innanzitutto  il magistrato Colombopropone la mediazione penale: il colpevole affronta un percorso attraverso cui capisce l’errore e chiede perdono alla vittima,risarcendola  anche simbolicamente; le da’ cosi ristoro alle sue sofferenze.  Altre soluzioni proposte potrebbero essere, ad esempio, l’affidamento ai servizi sociali o a comunità non carcerarie. 
Scrive Gherardo Colombo “ La gran parte dei condannati a pene carcerarie torna a delinquere; la maggior parte di essi non viene riabilitata, ma semplicemente repressa e privata di elementari diritti; la condizione carceraria è di una durezza inconcepibile per chi non la viva;  la cultura della retribuzione costringe le vittime dei crimini alla semplice ricerca della vendetta, senza potersi giovare di alcuna autentica riparazione, di alcuna genuina guarigione psicologica “. 
E’ possibile pensare a forme diverse di sanzione, che coinvolgano vittime e condannati in un processo di concreta responsabilizzazione? Ecco un’altra domanda da porsi. 
Nel suo libro Gherardo Colombo studi le basi della cd. giustizia riparativa, che emerge negli ordinamenti internazionali. Bellissimo un pensiero di Gerardo Colombo quando afferma : “ Quando ho iniziato la carriera di magistrato ero convintissimo che la prigione servisse, ma presto ho cominciato a nutrire dubbi. Anche se non l’ho detto mai, ritenevo giusto, ad esempio, proporre che i giudici, prima di essere abilitati a condannare, vivessero per qualche giorno in carcere come detenuti. Continuavo a pensare che il carcere fosse utile; ma piano piano ho conosciuto meglio la sua realtà e i suoi effetti. Se il carcere non è una soluzione efficace, ci si arriva a chiedere: somministrando condanne, sto davvero esercitando giustizia?”
E noi concordiamo con lui  nel ritenere che Il carcere  emargina e riproduce delitti. Sbarre e celle annullano e basta. Ma quella deldott. Colombo non e’ la voce di chi grida in un deserto. Il Sen. Luigi Manconi, parlamentare e fondatore dell’Associazione Buon Diritto, concorda nel ritenere che, fra coloro che escono dopo aver scontato la pena, quasi il 70’% torna a delinquere; una percentuale assai maggiore di quella che si registra tra chi ha beneficiato delle misure alternative o ha pagato con sanzioni diverse dalla reclusione. E allora, come intervenire ? Il Sen. Manconi, coautore del libro, “Abolire il carcere” lancia proposte per cambiare il sistema con misure alternative che, se applicate, potrebbero essere - secondo noi - una ricetta vincente. Ma molti temono che potrebbe essere compromessa la sicurezza del cittadino se si abolisse il carcere.
Ed invece non e’ cosi ! Per garantire la sicurezza dei cittadini - afferma il parlamentare  - la risposta al reato non e’ la prigione , ma sono le sanzioni patrimoniali, vero deterrente accanto alla mediazione penale, che sta si sta diffondendo in molti Paesi europei e attività riparatorie in favore della collettività, che realizzano quel reinserimento sociale cui la pena deve tendere.
Come si vede il carcere deve perdere la sua centralità. 
Tutto questo perche’ ?  Perche’ Il carcere è un processo di spoliazione, dal primo ingresso fino al momento dell'uscita
Quando la cella si chiude, la vita si svolgerà tra quelle quattro piccole mura senza fare nulla per tutti i giorni della pena. Per questo concordiamo con Gherardo Colombo e Luigi Manconi che la realtà del carcere non va augurata ad alcuno.  Ed allora occorre dare voce a questi sentimenti  affinche’ si realizzi una nuova societa’. La nostra non e’ utopia, ma un desiderio vivo, forte e sentito prendendo spunti da altri Paesi, come la Svezia, ad esempio, di cui abbiamo piu’ volte scritto. 
avv. Raffaele G. Crisileo 


venerdì 28 luglio 2017

Lettera di ringraziamento dell' avv. Raffaele Gaetano Crisileo in occasione del conferimento della cittadinanza onoraria di Ruviano concessagli in data 11 luglio 2017


" Signor Sindaco, Signor Presidente e Signori Consiglieri Comunali tutti, della Citta' di Ruviano, 

Il mio più sentito  ringraziamento per il conferimento, che mi inorgoglisce, della cittadinanza onoraria di Ruviano, va a tutti voi, Presidente e Consiglieri Comunali , che avete deliberato  unanimemente  di accogliermi fra i cittadini di Ruviano. Questo atto, per me lusinghiero, così come le parole affettuose, con le quali, il Sindaco Roberto Cusano  mi ha comunicato la decisione, mi hanno emozionato. 
Mi sono chiesto il perché di questa decisione e cosa significasse per me.
Sono ritornato, per questo, mentalmente indietro negli anni quando venivo sovente a Ruviano; io ho  casa qui e per questo vengo a studiare, a pensare a scrivere e la domenica a partecipare alla Santa Messa in Chiesa alla Parrocchia San Leone Magno 
Sono raffiorati in mente tanti ricordi  che mi hanno fatto dire : “Signore mio, quanto tempo ho passato  a Ruviano "E' vero sono passati  tanti anni tra persone care, con cui ho condiviso momenti importanti della mia vita, quasi come se io fossi di Ruviano  e, dall'11 luglio 2017, posso dirlo: Sono di Ruviano. 
Per questo, la cittadinanza onoraria di Ruviano per me 
è importante ed e' atto di memoria grata, che pero' mi grava di  una responsabilità. Se si leggono gli albi dei cittadini onorari  si intravede nelle motivazioni un motivo conduttore. 
Mi riferisco allo spirito con cui gli insigniti rispondono. E cio' lo si misura soprattutto  dall' assunzione di responsabilità verso i concittadini che gli conferiscono l'importante onorificenza. 
Per questo il riconoscimento che voi mi attribuite io lo dedico a mia madre e lo condivido idealmente con quanti credono nel valore della  professione  di avvocato che ci chiede di essere generosi e di realizzare nel tempo obiettivi ambiziosi e giusti. Si tratta, forse, di sottolineare quella che, secondo me, e'  la cd. poesia della professione. E quando parlo
di poesia mi riferisco a quella dell' umanità che matura e ci deve essere nelle aule dei Tribunali. 
Mi riferisco allo  scoprire lo spirito del tempo in cui si vive, di capirne l’essenza e l'animo umano dei soggetti protagonisti delle vicende giudiziarie. La loro psicologia. I loro affanni e le loro sofferenza da un lato. Grazie. Ancora Grazie davvero a tutti voi".
Avv. Raffaele Gaetano Crisileo