sabato 29 gennaio 2011

LA FIGURA DELLA VITTIMA DEL REATO.

Il termine, vittima del reato, è di origine latina “victĭma” ed indica “l’uomo o animale da immolare nei riti sacrificali”.
La letteratura greca ci ha presentato tanti esempi di vittime illustri; si pensi alla figura mitologica di Ifigenia, nella tragedia di Euripide. Agamennone, padre di Ifigenia, facendole credere di darla in sposa ad Achille, invece voleva sacrificarla ad Artemide per ottenere i favori della dea.  Ifigenia dapprima implorò di essere salvata, dopo, invece, accettò il sacrificio.
Emerge, qui, la contraddizione e, al tempo stesso, la duplice valenza della stessa vittima: da un lato essa è destinata ad una sorte drammatica e, come tale sofferente,  e dall’altro lato, è  condizionata dall’idea di salvare il suo popolo e ottenere così una gloria eterna.
Un’interpretazione del genere  è stata scelto da alcuni  criminologi e sociologi  francesi  che, nello studio della vittima, hanno evidenziato l'attrazione che, oggi, alcune "vittime" manifestano nei confronti della notorietà.
L’intenzione di questi autori  è quella di darci  una nuova interpretazione della figura della vittima del reato: essa non è solo un soggetto che soffre,  ma, al tempo stesso, è una persona che può, per interessi personali, strumentalizzare la vicenda dolorosa occorsale.
Sin dall’antichità la vittima esiste e costituisce,  moltospesso,  il soggetto sul quale la comunità scarica la sua violenza.
È il sociologo  Renè Girard a dare questa interpretazione,  partendo dal presupposto che la società è iniziata con la violenza contro un capro espiatorio.
 In un contesto del genere “è criminale uccidere la vittima, perché è sacra, ma, nello stesso tempo,  essa non sarebbe sacra se non la si uccidesse”.
Nelle primitive comunità  la violenza doveva essere necessariamente fermata con il sacrificio per evitare il conflitto; la società, nel tempo, ha cercato di  incanalare la violenza, su un diverso binario, per mantenere l’ordine.
Lo “step”  successivo, dove il sacrificio diventa superfluo, avviene secondo Renè Girard con l’avvento della civiltà giudiziaria: “è il giudizio che deve rompere definitivamente  il rapporto tra la violenza ed il  sacro; è il giudizio che deve riportare la violenza alla dimensione del problema sociale.
Un’ interpretazione del genere ( "il giudizio rende superfluo il sacrificio e le civiltà giudiziarie non sono più sacrificali" ) ci deve necessariamente  far  riflettere  a lungo sul ruolo della vittima quale "pharmakos"; una vittima espiatoria in grado di “attirare su di sé tutta la violenza malefica per trasformarla, con la propria morte, in violenza benefica”.
Con la nascita della vittimologia, però,  l' analisi della “vittima del reato” cambia completamente.
In questa nuova disciplina viene privilegiato il concetto di  vittima che viene intesa come una persona che ha subito un pregiudizio fisico o mentale; che ha subito sofferenze psichiche, danni  morali e materiali (che costituiscono una violazione del diritto penale); che  necessita di un giusto sostegno  per fronteggiare le conseguenze successive al trauma subito.
 La nascita della vittimologia risale al 1948,  quando Von Hentig pubblicò l’opera “Il criminale e la vittima “; ciò nonostante il primo studioso ad usare  il termine “vittimologia” è stato, un anno dopo, F. Wertham che, nel suo scritto “Lo show della violenza”, lo ha utilizzato  per studiare la vittima e l’azione criminale”.
Wertham auspica lo sviluppo di una sociologia della vittima, di uno studio finalizzato  alla vittima del  reato, con particolare riferimento al delitto di omicidio.
Von Hentig si sofferma a lungo sulla vittima del reato evidenziando  ed analizzando i  possibili rapporti che possono intercorrere tra il criminale e la vittima, appunto nella diade dell’ interazione criminale.
La sua grande intuizione, però, è stata proprio quella di capire che la vittima non ha un ruolo sempre meramente passivo, ma può  interagire con il suo carnefice ed il suo modo di essere, il suo atteggiamento contribuiscono a determinare l’azione criminale a suo danno.
Anche B. Mendelsohn ha rivendicato la paternità del termine “vittimologia”; a lui è stato riconosciuto il merito di aver messo in evidenza il ruolo marginale assegnato alla vittima nel procedimento penale, nonché l’assenza di qualsivoglia attenzione politica e sociale nei suoi confronti.
Il suo intento è, dunque, quello di studiare la “vittima” da un punto di vista biologico, psicologico e sociale.
Mendelsohn,  parlando anche di partecipazione morale della vittima all’azione criminale (una  partecipazione che varia d’intensità) ha definito una  scala della partecipazione morale della vittima in base alla quale esistono sei categorie di vittime :
1. la vittima del tutto  innocente, che ha  un ruolo meramente passivo;  
2. la vittima che, a causa del suo comportamento imprudente,  si pone in una situazione di pericolo;
3. la vittima che assiste o che coopera con altri nella commissione del crimine ( qui l’autore include i suicidi).
4. la vittima  che istiga  direttamente il criminale;
5. la vittima che diventa essa stessa  criminale,  in un eccesso di autodifesa;
6. la vittima immaginaria o simulatrice; cioè colei che crede di essere vittima pur non essendolo o  che dichiara una falsa vittimizzazione.
In definitiva una classificazione del genere, se da un lato contribuisce a delineare situazioni nelle quali possono esistere diversi gradi di partecipazione della vittima nell’interazione con il soggetto attivo del reato, dall’altro lato è sicuramente pericolosa in quanto è basata su mere considerazioni di pensatori  che non sempre possono essere calate nella realtà e quindi  devono  indurre alla cautela.
Ciò  perché la vittima del reato, in uno stato civile  qual è il nostro,  è sempre una persona da tutelare in quanto è essa la persona offesa dal reato e, come tale,  deve essere tutelata in ogni modo perché la parte lesa, quella più debole, necessita di  tutela e di protezione e deve, allo stesso tempo, essere messa in grado di esercitare i diritti riconosciutigli dalla legge in generale e dal diritto penale, in particolare.
                                                                                                        avv. Raffaele Gaetano Crisileo